Diario: l’incidente stradale

Casu 2/2017 – L’incidente stradale – Voce narrante: a Bogart City era mezzogiorno ma sembrava mezzanotte, tanto la differenza non si notava, quando ad un tratto lo stridio di migliaia di copertoni irruppero nella amena megalopoli del mondo distopico ove vive e opera il nostro eroe.

Quella mattina non avevo ancora raccolto tutte le mie idee, infatti, erano sparse qua e là per la casa, una guardava fuori dalla finestra con nostalgia, un’altra invece si era messa il mio pigiama, ma su questo punto sorvolai. Il telefono che squillava era quello rosso a pois e cioè quello che non poteva essere intercettato dai gaglioffi del dott. Did. Una volta invece qui a Bogart City, fui intercettato da un altro mio nemico, del quale ora non ricordo il nome ma solo il cognome tale Pusceddu detto “er tonno”, che per sfuggire alla cattura si nascose dentro una scatoletta. Lo trovammo solo quella volta che decidemmo di festeggiare l’addio alla patente di un mio collega. Aveva un amo ancora conficcato nella giugulare. Da quell’esperienza Pusceddu, si riprese da solo con una telecamera, ma le immagini risultarono inservibili perché tutte scure.

Dell’addio alla patente di Pusceddu non ne parlerò perché farsi prendere la patente da un piccione viaggiatore, ci vuole coraggio.

Ma come disse il dottor Divago, non divaghiamo.

 

Dall’altro capo del telefono c’era il mio vice, Piras, che con la voce rotta mi disse:

– c’è stato un tamponamento sulla A1, un altro sulla A2 e uno sulla A3, per un totale di 6 incidenti.

La voce di Piras era sempre rotta, perché aveva l’abitudine di lasciare spesso la bocca spalancata tutte le volte che intrattenevano una discussione. Tutta quella corrente finiva inevitabilmente per spostare la giugulare verso la trachea, la quale finiva per sbattere sul cavo orale. Io l’avevo anche avvisato:

-Piras, cambia quel cavo, bada che oramai non regge più.

E lui che all’orale non era mai stato una cima, prese il cavo e lo lanciò come fosse John Wayne. Il cavallo a dondolo con il quale giocava da piccolo lo disarcionò e gli ruppe sia il cavo orale, che la voce. Ecco spiegato l’arcano.

Poi ci pensai per un istante, ma i conti continuavano a non tornare, per questo motivo ero certo che anche questo non sarebbe tornato.

Piras si fece di lato, accennò un passo felpato di mazurka australiana e continuò:

– ispettore, le auto coinvolte sono 1200!

– Com’è possibile, feci io, neanche gli abitanti di Bogart city, sono così numerosi.

– Sono scagnozzi del dottor Did venuti a regolare un conto. Replicò Piras.

– Con me? Aggiunsi.

– No, con l’agenzia delle entrate. Fece Piras con voce soffocata.

La voce di Piras non era più quella di una volta. E soprattutto dopo “quella volta” che si mise a fare la sirena per tutta la notte per sostituire la nostra che strada facendo si ruppe. Ecco “strada facendo” è una di quelle canzoni che ho sempre odiato e ancora oggi, Claudio Baglioni, canta da imbalsamato, anche se nessuno oramai lo sta ad ascoltare. Il cantante è l’ultimo della sua specie, tanto che è stato messo in uno zoo e lì, persino le scimmiette che lo riconoscono gli lanciano le noccioline. Di questi tempi, ma forse anche nei tempi andati, l’’agenzia delle entrate fa più paura del dottor Did, della polizia, che poi sarei io e della malaria che oramai la trovi in vendita in tutti i tabacchini al posto delle sigarette, infatti, ora si fuma questa, da quando i vaccini sono stati aboliti perché facevano venire la diarrea. Con l’Agenzia, ora si chiama solo così, non ci puoi ragionare, lo puoi fare con il dottor Did, ma con l’agenzia no. Quindi meglio non avere problemi con lei, perché t’insegue fino all’ultimo. So di un tipo cui hanno ritardato la morte per fargli mettere una firma al fine di lasciare l’eredità all’Agenzia.

–  Capo cosa facciamo? Disse Piras.

–  Chiamiamo lo sfasciacarrozze, in questi casi con una ruspa e con un po’ di pazienza potremo sgomberare la strada in breve tempo. Replicai.

– Ma ispettore, e tutti quei morti? E tutti i feriti? Come facciamo?

– I morti son periti, i feriti… ci pensai un attimo… i feriti li soccorriamo! Che idea!

– Capo le ambulanze sono inservibili, le abbiamo utilizzate in un altro incidente.

Rifletti… rifletti… rifletti ispettore Casu, che poi sarei io…

– Ci sono: usiamo le ruspe che si trovano già lì, così prendiamo più feriti con una fava. (Forse il proverbio non recitava proprio in questo modo, però era d’effetto).

– E poi se sono scagnozzi del dottor Did, e se anche non li curiamo chi se ne frega? Tanto sono delinquenti, non pagano le tasse, e poi se chiamano la polizia non rispondo, perché la polizia sono io, così non potranno più darci la caccia.

Delle volte mi vengono delle idee che se non mi conoscessi, farei carte false per farmi presentare da qualcuno.

Dall’altro capo del filo, Piras non disse niente, ma la sua pausa mi lasciava intendere qualcosa? Sì ma cosa?

-Pare che fra i feriti ci sia anche una certa Pamela che lei certamente ricorderà.

E come potevo scordarmene, lei mi capitò tra capocollo: lo misi in un panino e me lo mangiai.

Con lei, l’incontro avvenne al buio, forse per questo motivo andai a sbattere su un marciapiede: in una notte facevo anche mille euro in nero, erano in nero perché mi trovavo al buio… è chiaro!

Prima di farmi vedere da lei, decisi di farmi vedere da uno bravo, ne avevo bisogno.

Il dentista, quello bravo, cercò di curarmi il dente rotto sul marciapiede, era un canino, quello che tutti i giorni mordeva il postino.

Perché il mio postino non suonava due volte come tutti gli altri, ma si attaccava al campanello per tutto il giorno, forse a causa dell’attak che gli metteva la pianta grassa (gelosa della magrezza del postino).

Il mio canino era un incrocio fra Via Roma oramai deserta e Via Col vento a causa del maestrale, perché era lì che lo trovai. Di lui non vi rivelerò nient’altro perché non mi pare questo il luogo e tanto meno la stagione.

Non avevo ancora superato il trauma per il mancato incontro, che subito un tram mi si parò davanti chiedendomi se avessi da accendere: avrete capito che quello non era un tram come tutti gli altri, infatti, era un tram-sessuale, nel senso che lì dentro la notte succedeva di tutto.

I bigliettai giocavano a mosca cieca con la gattina frettolosa che aveva fatto i micini ciechi, il conducente conduceva una vita dissennata, transennata e preoccupata come la moglie che quando la notte non lo vedeva rientrare, l’indomani andava a farsi controllare la vista dall’oculista.

Ma si sa, l’occhio non vede e il cuore ti duole quando sai che sei l’unico della tua famiglia a dover pagare l’affitto, quando sai di non poter contare su nessuno ma solo su te stesso: infatti, vivi da solo.

Come avrete capito l’incontro con la sconosciuta non andò a buon fine, anche perché il fine non giustifica il grosso, e poi essendo una sconosciuta e per di più al buio, non sarei mai riuscito a riconoscerla.

-Capo, disse Piras con la voce rotta, con la gola in fiamme e con il pomo d’Adamo incazzato nero perché Eva era da un pezzo che non gliela dava, ci hanno appena segnalato un altro incidente sull’A4.

-Ma benedetto collega, che vuoi che sia un incidente sull’A4… abbiamo risme intere di carta di quel formato! Va bene fare economia, va bene che siamo in ristrettezza, va bene?

-Va bene, ringraziando Dio. Disse Piras.

Non ce la può fare. Le lontane origini genovesi non l’avrebbero portato da nessuna parte, infatti, da parte di madre era genovese e da parte di padre era seuese (di Seui). Peggio di così. E allora crepi l’avarizia!

Riusciva a spaccare il capello in quattro fra quattro gatti che si guardavano in cagnesco.

Non ho mai saputo se Piras prima di entrare a far parte di questo corpo si sia mai fatto esorcizzare!

Su questo fatto avrei investigato prossimamente.

 

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